L’Italia ha una relazione con il gioco d’azzardo che attraversa duemila anni di storia, cultura e legislazione. Da strumento di intrattenimento delle legioni romane a settore regolamentato con miliardi di euro di gettito fiscale annuo, il percorso del gioco nella penisola riflette le trasformazioni politiche, economiche e culturali dell’intera nazione.

I Romani furono giocatori appassionati. I dadi — tesserae o tali a seconda della forma — erano presenti in ogni strato della società, dalle terme agli accampamenti militari. L’imperatore Augusto ammise pubblicamente di giocare a dadi per soldi, e Caligola trasformò il palazzo imperiale in una sorta di casa da gioco privata. La legislazione romana proibiva il gioco d’azzardo per denaro, ma con eccezioni durante i Saturnali invernali, quando le regole sociali venivano temporaneamente sospese. L’ipocrisia tra norma scritta e pratica diffusa è una caratteristica che si ritroverà in tutte le epoche successive.

Nel Medioevo italiano, il gioco d’azzardo prosperava nelle città-stato del nord nonostante le condanne della Chiesa. Venezia fu pioniera: nel 1638 aprì il Ridotto, considerato il primo casino pubblico della storia mondiale. Gestito dallo stato veneziano, era accessibile solo ai nobili mascherati e serviva a controllare il gioco d’azzardo che altrimenti avveniva in locali privati incontrollabili. Il Ridotto fu chiuso nel 1774 per ragioni morali, ma il modello istituzionale aveva già dimostrato la sua efficacia come strumento di regolamentazione.

Il Risorgimento e l’unificazione italiana del 1861 portarono a un approccio più restrittivo. Il governo del giovane regno, influenzato dalla morale protestante piemontese, vietò il gioco d’azzardo pubblico. Ma la domanda non sparì: si spostò nei circoli privati e nelle bische clandestine, fuori da qualsiasi controllo fiscale o tutela del consumatore. Il proibizionismo aveva fallito, come avrebbe dimostrato anche il secolo successivo.

I casino fisici italiani sopravvissero in forma legale grazie a un’eccezione: le quattro case da gioco tradizionali — Campione d’Italia, Sanremo, Venezia e Saint-Vincent — operano sotto regime speciale per ragioni storiche, geografiche o economiche locali. Campione d’Italia, enclave italiana in territorio svizzero, ebbe per decenni un regime fiscale unico che ne fece una delle case da gioco più famose d’Europa prima della crisi finanziaria del 2018.

Il grande salto del XX secolo fu il Totocalcio nel 1946 e poi il Lotto, entrambi gestiti dallo stato come monopoli autorizzati. Il gioco pubblico statale divenne un pilastro fiscale: oggi la raccolta complessiva del gioco legale in Italia supera i 100 miliardi di euro annui, con un gettito erariale di circa 11 miliardi. Il mercato online, regolamentato dall’ADM (ex AAMS) con il sistema delle concessioni, si affianca ai casino non aams con licenze estere che operano in area grigia per i giocatori italiani.

Il Gratta e Vinci, introdotto negli anni ’90, rivoluzionò il mercato del gioco di massa con il suo meccanismo immediato di vincita o perdita. La volatilità controllata e il costo accessibile lo resero il prodotto di gioco più diffuso d’Italia per decenni, con vendite annue nell’ordine dei 12-15 miliardi di euro. L’espansione massiccia del gioco legale negli anni 2000 — con l’arrivo delle VLT (Video Lottery Terminal) nelle sale scommesse e bar — ha generato un dibattito sociale acceso sulla dipendenza da gioco che continua ancora oggi.

La storia del gioco in Italia è, in fondo, la storia del rapporto tra domanda ineliminabile e tentativo istituzionale di governarla. Ogni proibizione ha creato mercato nero; ogni liberalizzazione ha generato nuovi problemi di addiction. Il dibattito contemporaneo sulla regolamentazione del mercato online si inserisce in questa traiettoria millenaria: trovare l’equilibrio tra libertà individuale, gettito fiscale e tutela della salute pubblica è la sfida che ogni governo si trova ad affrontare.

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Author: jose